lug 8 2013

Datemi un panino!

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Vi è mai capitato di essere ospite a una cena e di tornare a casa con lo stomaco che brontola reclamando un panino? A me sì, e non una volta sola.

Il primo, sconfortante episodio di svolse a Parigi, dove mi trovavo per lavoro. Pioggia e freddo rendevano le giornate un po’ malinconiche, oltre che faticose, ragion per cui accolsi con entusiasmo l’invito di una collega conosciuta in quei giorni a trascorrere la serata con lei e il marito davanti al caminetto del suo salotto. L’accoglienza affettuosa, un ottimo borgogna e il sorriso timido dei due bambini mi allargarono il cuore, che però si strinse poco dopo quando, a tavola, mi resi conto che l’intero pasto consisteva in uno spezzatino con patate preparato con indubbia perizia ma scarsa lungimiranza: avrebbe potuto, forse, sfamare due persone molto morigerate, certo non cinque! Sperai in un rinforzo di formaggi che non arrivò mai, così come non arrivò mai il dessert. A onor del vero, la conversazione fu gradevolissima, ma quando uscii nella notte gelida avevo una fame da lupo e un umore perfido. Placai entrambi grazie a due crepes suzette bollenti che mangiai al volo in una creperie vicina all’albergo, ma il giorno dopo i miei ringraziamenti alla padrona di casa furono tiepidi e le nostre strade non si incrociarono mai più se non in ambito strettamente professionale.

Ancora più deprimente fu il secondo episodio, questa volta tutto italiano, anzi lombardo. Di nuovo inverno, di nuovo freddo, mi sobbarco un’ora di macchina su labirintiche stradine di campagna per raggiungere la splendida villa di una coppia adorabile che mi aveva invitato a cena con altri amici.

All’epoca l’anoressia era una malattia ancora pressoché sconosciuta ai più e l’estrema magrezza della padrona di casa non mi aveva mai insospettito. Davanti al menu che ci propina, tuttavia, qualche dubbio sul suo buon senso si insinua nella mia mente: come si fa a offrire a dodici commensali mezzo chilo di spaghetti privi di sale e conditi con un filo d’olio, un piazzo di zucchine lessate (colte nel suo orto, però!) e dieci tartellette dolci che ovviamente avanzano perché solo i più temerari osano allungare la mano? Inutile dire che la serata finisce in trattoria dove, divorando  una paradisiaca pasta e fagioli, diamo sfogo alla nostra frustrazione di ospiti poco amati.

Perché di questo si tratta alla fin fine: poco amore. E questo bisogna evitare a tutti i costi quando si apre la propria casa agli amici. Non occorrono pietanze elaborate, però ciò che si offre deve essere buono, abbondante e preparato con generosità. Se avete poco tempo, pochi soldi, poca voglia di cucinare fate una semplice spaghettata o ricorrete a formaggi e salumi, stappate una bottiglia di vino e godetevi la gioia di stare in compagnia. Saranno contenti tutti, ve lo garantisco.

Attenzione, affamare gli ospiti è deprecabile, ma anche sommergerli di cibo non va bene: è indice di ansia e di protagonismo e rischia di scatenare indigestioni che non vi verranno perdonate facilmente. Equilibrio è la parola magica, la chiave di volta dell’arte di ricevere.

 

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